Ho effettuato missioni di volontariato odontoiatrico nei campi profughi del sud Italia, negli ultimi anni 90, quando sul viso delle persone c’era la speranza reale di una nuova vita.
Nei territori dell’ex Jugoslavia, dove i muri dei palazzi, anneriti dalle fiamme e semidistrutti, portavano i segni di una violenza ancora percepibile nell’aria, e dove i cimiteri erano pieni di tombe di morti giovani, di vittime adolescenti di quella guerra.
 
E sono andato in Africa.
 
Questa è la parte del mondo dove la violenza, l’interesse, la sopraffazione dei non Africani ha raggiunto, e mantiene ancor oggi, livelli molto difficilmente immaginabili se non ci si documenta sui fatti storici e se non si verifica di persona. I non Africani hanno spogliato il continente dei beni del sottosuolo, certo il più ricco del mondo, come petrolio, carbone, metalli preziosi, diamanti.
 
Hanno deportato il suo popolo per renderlo schiavo, hanno distrutto la cultura e le tradizioni esistenti imponendo una religione che predica amore e nonviolenza e nel nome della quale vengono tuttora perpetrati i più orrendi delitti.
I luoghi di cura che ho visitato, e nei quali ho operato, lindi e puliti come cliniche europee, avevano l’unico scopo di servire una piccolissima parte della popolazione ‘introdotta’ nell’ambiente dei colonizzatori mentre, fuori dai giardini fioriti di questi nosocomi, il livello di igiene è raccapricciante e gli ospedali pubblici sono edifici privi di energia elettrica, di cucine, di infissi alle finestre nei quali è molto più facile morire che sopravvivere, e dei quali nessuno parla.

Andarsene.
 
L’Africa è un continente da cui i non Africani dovrebbero andarsene, portandosi via tutti gli aiuti, le chiese, le strutture, le scuole che hanno impiantato in questi secoli, ma smettendo al tempo stesso di portarsi via tutto quello che da secoli stanno rubando.
L’Africa agli Africani, e a loro tutte le risorse di quella terra, ed i frutti della loro estrazione e commercializzazione.
A loro soli quella ricchezza che fino ad oggi è finita unicamente nelle tasche degli stranieri e in quelle dei dittatori neri da questi sostenuti.

Alla luce di tutto questo io ho cessato le mie missioni nei primi anni duemila: mi sono rifiutato di viaggiare fino a là spendendo cifre che se affidate alle mani di medici locali avrebbero certamente prodotto risultati migliori e gettato le basi di qualcosa di continuativo, e non di un intervento limitato nel tempo e nei risultati.
 
 
Chi ritiene comunque che sia giusto effettuare tali missioni continui a farlo ma si renda conto, e ammetta apertamente, che lo scopo di tutto questo è di soddisfare il senso di ‘esplorazione’ e di ‘beneficenza’ che è presente nel nucleo egoistico di tutti noi.

Per saperne di più dalla bocca di una africana vera, qua sotto riporto la recensione del libro di Dambisa Moyo 'La carità che uccide'.
Se invece volete saperne di più sul volontariato cliccate su www.smomonlus.org

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Dambisa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli 2010

Come gli aiuti dell’Occidente stanno devastando il Terzo Mondo.

 

Il 13 luglio 1985 va in scena il concerto "Live Aid", con un miliardo e mezzo di spettatori in diretta: l'apice glamour del programma di aiuti dei Paesi occidentali benestanti alle disastrate economie dell'Africa subsahariana, oltre mille miliardi di dollari elargiti a partire dagli anni Cinquanta. Venticinque anni dopo, la situazione è ancora rovinosa: cosa impedisce al continente di affrancarsi da una condizione di povertà cronica? Secondo l'economista africana Dambisa Moyo, la colpa è proprio degli aiuti, un'elemosina che, nella migliore delle ipotesi, costringe l'Africa a una perenne adolescenza economica rendendola dipendente come da una droga e,nella peggiore, contribuisce a diffondere le pestilenze della corruzione e del peculato, grazie a massicce iniezioni di credito nelle vene di Paesi privi di una governance solida e trasparente, e di un ceto medio capace di potersi reinventare in chiave imprenditoriale.
L'alternativa è chiara: seguire la Cina, che negli ultimi anni ha sviluppato una partnership efficiente con molti Paesi della zona subsahariana.
Definita l'anti-Bono per lo spietato pragmatismo delle sue posizioni, in questo libro Dambisa Moyo invita l'Africa a liberarsi dell'Occidente, e del paradosso dei suoi cosiddetti "aiuti" che costituiscono il virus di una malattia curabile: la povertà.

 

Dambisa Moyo è nata e cresciuta nello Zambia. Ha studiato a Oxford e possiede un master di Harvard. Ha lavorato per la Banca Mondiale a Washington e presso la Goldman Sachs, una delle più grandi ed affermate banche d’affari. Nel 2009 il suo libro Dead Aid entra nella classifica dei bestseller del New York Times e successivamente Time Magazine la include nella lista delle cento persone più influenti al mondo.

 

Titolo: La carità che uccide
Autore: Dambisa Moyo
Editore: Rizzoli
Anno: 2010, pag. 260
 

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